«Non vedo il mio ufficio da tempo»: corsa al telelavoro in Puglia e Basilicata, ma c’è chi è già abituato – La Gazzetta del Mezzogiorno

Complice la normativa di emergenza per contrastare il virus (DPCM del 1° marzo 2020) i datori di lavoro possono accedere a modalità semplificate per attivare lo «smart working» o «lavoro agile» per tutti i dipendenti d’Italia e per sei mesi. Così, nel giro di poche ore, Enti (il Comune di Bari e Unisalento tra i primi) e imprese si sono adeguati. Però, come spiegano fonti sindacali, «nelle ultime 72 ore, con la chiusura delle scuole, sono i lavoratori a chiedere a gran voce il lavoro agile».

Ma quanto è diffusa questa forma di prestazione? Quali i dati? E, soprattutto, le infrastrutture tecnologiche apulo-lucane consentirebbero il passaggio in massa al lavoro digitale?

Per prima cosa chiariamo che telelavoro e smart working non sono sinonimi. Nel primo caso, per esempio, la postazione del lavoratore è fissa, è in contratto, e non può mutare senza un’intesa specifica. Il dipendente «smart», invece, può lavorare da dove preferisce.

Dati precisi pare non ne esistano. La Gazzetta ha bussato alla porta di: Istat, Confindustria, Svimez, Fondazione studi Ordine Consulenti del lavoro e sindacati regionali («Li abbiamo chiesti più volte alla Regione senza successo», dicono in Cgil Puglia). Mentre andiamo in stampa, il ministero del Lavoro non ha ancora risposto. Zero dati in Inail che, comunque, precisa: «Per ora non è mai arrivata una segnalazione di infortunio sul lavoro di uno smart worker». Gli unici dati, per altro frutto di stima, sono dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Il direttore, Fiorella Crespi, spiega: «Stimiamo che gli smart worker siano ormai circa 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. Non abbiamo dati su base regionale ma indicazioni a livello di area geografica rispetto alla diffusione degli smart worker in situazioni non di emergenza. Precisamente: al Nord Est il fenomeno si attesta al 16%; al Nord Ovest al 53%; al Centro al 24% mentre per Sud e Isole è al 7%».

«Questi – dice Crespi – sono dati di smart working in condizioni standard non di emergenza. Con il nostro Osservatorio, infatti, monitoriamo il fenomeno sia in termini di numero di persone (570mila) con quelle percentuali che le ho detto, sia facciamo un’analisi sulle iniziative che le aziende sviluppano. È una ricerca che facciamo annualmente. Non abbiamo dati però delle persone e delle aziende che, in questo momento, stanno implementando soluzioni da remoto».

La maggiore diffusione al Nord? «Perché – afferma – sono soprattutto qui le grandi aziende che lo stanno implementando. Quindi emerge l’area lombarda, col Piemonte e il Veneto, perché lì le imprese occupano più persone».

«Le piccole e medie imprese (Pmi), poi, hanno un tasso di diffusione dello smart working più basso e prevale un approccio più informale. Se le aziende grandi attivano accordi individuali, fanno attività di formazione, nelle Pmi si tende a gestire in modo più informale lasciando molto alla relazione capo-lavoratore».

Secondo l’Osservatorio del Politecnico, fra le ragioni che inducono il 51% delle Pmi a non mostrare interesse, spiccano «la difficoltà di applicare questo modello alla propria realtà (68%) e la resistenza dei capi (23%)». E, tenendo conto che in Puglia e Basilicata la piccola, talvolta piccolissima, dimensione delle imprese è la regola, si può immaginare quanto poco sia diffusa questa forma di lavoro. Eppure le due regioni hanno proprio ciò che serve: un buon sistema delle connessioni. Stando ad Arti Puglia, infatti, «ad eccezione di alcuni comuni della Daunia e pochi altri, si evidenzia come la Puglia sia la regione italiana con la massima copertura». Stando al Piano strategico Banda ultra larga del ministero dello Sviluppo economico, in Puglia (al 2 dicembre 2019) la Copertura NGA (Next Generation Access, indica una velocità di connessione in download di almeno 30 Mbit/s; ndr) è pari all’87,4% delle unità immobiliari raggiunte (la media italiana è del 74,3%). Il 12,7% di queste unità immobiliari ha copertura con velocità di connessione molto superiore a 100Mit/s in download che può raggiungere il Gbit/s, contro una media italiana del 28%. In Basilicata la copertura NGA è al 93,7% delle unità immobiliari; il 26,8% delle quali con copertura ad alta capacità.

Banalizzando: finora c’erano un’autostrada digitale e un’economia analogica, il coronavirus ha catapultato pugliesi e lucani nell’era digitale.

E questa è forse l’unica buona notizia.

LA TESTIMONIANZA: «NON VEDO IL MIO UFFICIO DA UN SACCO» – Giorgio, nome di fantasia, lavora come informatico d’alto profilo per una grande azienda di livello nazionale. Tre figli piccoli, moglie impiegata, è stato ben contento di accettare la proposta del suo responsabile di lavorare da casa. «Sono già quattro anni – spiega a La Gazzetta – che faccio il telelavoro. Una soluzione che ben si concilia con le esigenze di gestione della vita familiare. In quanto il lavoro non prevede orari precisi nel corso della giornata e della settimana e, a volte, si lavora anche nelle ore serali e nei festivi. Infatti, per lo più, noi lavoriamo su grossi progetti che hanno una ben determinata data di consegna. Il che implica che tutta l’organizzazione sia rivolta a quella data. Non è raro che si facciano riunioni in videoconferenza o via chat anche a tardissima ora».

Ma lei ha un luogo fisico, una scrivania, un ufficio, in cui andare a lavorare?

«Sì ma, per dir la verità, non vedo il mio ufficio da un sacco di tempo. È una mia scelta ed è condivisa con il responsabile della mia unità».

Com’è una sua giornata lavorativa tipo?

«Non sono giornate sempre uguali ma, di massima, inizio alle 9 e fino alle 13 circa. Poi dalle 16 alle 19 riprendo. E, alle volte, si ricomincia verso le 21-22 e si tira fino a mezzanotte inoltrata. Nei periodi più impegnativi le pause non ci sono. Si inizia alle 9 di mattina e, a parte il tempo per il pranzo e la cena, si lavora fino a tarda notte. Questo però si concilia con la vita familiare perché si riescono a gestire gli impegni dei bambini, scuola ed extrascuola, in maniera rilassata».

In pratica non siete “ostaggio” della baby sitter.

«Questo sicuramente no».

Facendo due conti lei lavora 10 ore al giorno.

«Ma ci sono giorni in cui fai tre ore di lavoro e chiudi il computer. Eppoi dalle 9 alle 13 non è che l’impegno è per forza continuativo. Magari ti fermi e vai prenderti un caffè o vai a fare la spesa, come in questo momento mentre parlo con lei, o vado dal dentista. Il punto cruciale è essere nei tempi per la consegna del lavoro. Quando lavoriamo è lasciato poi tutto alla nostra libertà. C’è una flessibilità piena».

E perché non vuol dire il suo nome?

«Perché l’azienda non concede a tutti questa possibilità. Ora la stanno testando. Il mio stare a casa non è noto all’ufficio del personale, è una sorta compensazione di benefici. Perché se io dovessi farmi pagare per le ore in più l’azienda mi dovrebbe riconoscere gli straordinari che, invece, non mi paga in quanto mi consente di gestire autonomamente le ore di lavoro senza essere vincolato agli orari di ufficio. Le cose per me si compensano».