“Covid rilancia la moda dei borghi, ma senza progetti sarà un fuoco fatuo” (di A. Marrocco) – L’HuffPost

Lei questo incontro lo ha vissuto. Cosa ha scoperto?

Negli ultimi due anni io e l’architetta Laura Mascino, mia compagna, siamo stati chiamati più volte in queste realtà a presentare il libro Riabitare l’Italia, che è diventato un po’ uno dei punti di riferimento del dibattito nazionale sulle aree interne. Abbiamo incontrato decine e decine di esperienze in cui la valorizzazione delle risorse locali si intreccia con i temi dell’innovazione sociale a base culturale, della riorganizzazione del welfare, della nuova agricoltura, di creazione di economie inedite che amiamo definire tecnorurali. Certo, si tratta di sperimentazioni fragili quanto i territori su cui insistono, ma che sono attraversate da forme di innovazione oggi difficilmente ritrovabili negli spazi urbani, in grado di dare vita a una sorta di atlante quasi infinito. Si va da realtà oramai consolidate e note a livello internazionale come Farm Cultural Park a Favara in Sicilia, passando per esperienze come Dolomiti Contemporanee che utilizzano l’arte come leva di riattivazione, fino alle Cooperative di comunità che dagli Appennini emiliani si stanno diffondendo in tutta la penisola. O ancora, ci sono piccoli paesi come Ostana nelle vallate occitane del Piemonte che, dopo avere rischiato la scomparsa alla fine del secolo scorso, è stato riabitato da una nuova comunità di giovani che stanno costruendo un’originale economia che si basa su agricoltura, recupero innovativo del patrimonio architettonico, cultura e turismo sostenibile. I tre differenti sguardi – da lontano, dal piano medio, dalla visione ravvicinata – devono essere sempre considerati compresenti nella loro complessità, altrimenti si rischiano gravi errori di analisi e interpretazione, che potrebbero ripercuotersi pesantemente sull’attuale e futura progettualità per le aree interne del paese. Sembrano tra loro contradditori, ma non lo sono.