Lo smartworking e il calzolaio «Niente clienti, è un disastro» – Gazzetta di Modena

È allo stremo delle forze il signor Cristiano Bassi che di professione fa il calzolaio, uno di quei mestieri artigianali antichi che ormai quasi nessuno vuole più fare ma che offrono un servizio utilissimo alla comunità. La sua bottega, dal nome emblematico “Punta e tacco”, si affaccia lungo la ciclabile di viale Buon Pastore e per i tanti anni di attività è una certezza per le “scarpe” di tutti i reisdenti del quartiere.

«Ora però temo che presto non lo sarò più se continuerà questa crisi – afferma con tristezza Bassi – perché, ahimè, sarò costretto a chiudere».


Il lockdown prima, la riapertura con il 70 per cento della gente in smartworking dopo e infine il coprifuoco serale, hanno completamente abbattuto le commesse per il calzolaio che ora si trova a fare i conti con le lunghe ore passate nel suo laboratorio ad attendere che qualcuno gli porti qualcosa da riparare.

«Forse sembrerà strano – continua Bassi- ma ormai è una certezza, le donne non indossano quasi più i tacchi. Una buona percentuale del mio lavoro si basava sulla riparazione di scarpe femminili, ma ora tutto sembra essere incredibilmente scemato. Del resto io le capisco, che devono fare? Girare per casa con i tacchi a spillo? In ufficio ormai non ci vanno quasi più, tante clienti mi hanno confermato che da dopo il lockdown hanno continuato a lavorare da casa, sostituendo così viaggi di lavoro e riunioni in presenza con ore e ore in videoconferenza. Inoltre, non hanno nemmeno più l’occasione di vestirsi eleganti per partecipare a cerimonie o uscire la sera, vista la chiusura di locali e ristoranti alle 18 e il coprifuoco alle 22. Ma non è tutto, anche la clientela di una certa età sembra essere scomparsa. Le persone anziane hanno paura a uscire di casa, infine sono drasticamente calate anche le riparazioni di scarpe da uomo e da sport con la chiusura di palestre e centri sportivi, insomma, un vero disastro».

Non ha dubbi il calzolaio Bassi nel ritenere che avrebbe preferito l’obbligo di chiusura totale della sua attività per un lockdown generalizzato. «Lasciandomi tenere aperto – lamenta – non ho più avuto diritto ad alcun ristoro e questo è stato davvero drammatico. Le spese fisse e le tasse ci sono lo stesso mentre il lavoro si è praticamente azzerato. Sto riponendo tutte le mie speranze di ripresa nella campagna vaccinale, auspicandomi che con l’arrivo della bella stagione si possa ritornare finalmente a uscire, a vivere e, come si suol dire, “a consumare tacchi e suole per il mondo”, che di conseguenza, nel mio caso, significa riprendere a lavorare». —

P.D.

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